L’astronomia e il ritmo delle stagioni


 

La parola stagione, di origine latina, può avere una duplice etimologia.

La prima la ricollega al termine statio (sosta, dimora, ma anche posto di guardia), con riferimento alla posizione del sole nei solstizi d’estate e d’inverno e negli equinozi autunnale e primaverile.

Un secondo etimo la farebbe invece risalire a satio, ovvero il momento della semina, con un evidente richiamo ai cicli del calendario naturale e agricolo.

E ai cicli naturali sono evidentemente connessi i nomi di ciascuna stagione:

Primavera, da primus (inizio) e ver (il nome dato alla stagione dai latini), parola legata alla radice sanscrita vas il cui significato è splendere, illuminare, ardere;

Estate, da aestatem, calore, dalla radice indoeuropea aidh (bruciare, ardere);

Autunno, da autumnus, connesso al verbo augere, ovvero accrescere, provvedere, colmare di beni per la varietà e l’abbondanza dei frutti autunnali e per le tinte dorate delle chiome degli alberi;

Inverno, da hibernus, a sua volta derivante dal sanscrito himas (freddo, neve).

imagesLo studio dell’astronomia ci dice che a determinare le stagioni, così come noi le conosciamo, è l’inclinazione dell’asse terrestre che muta l’angolo di incidenza dei raggi solari sulla superficie del nostro pianeta e fa sì che le stagioni siano opposte nei due emisferi.

Quando un emisfero si trova in inverno i raggi del sole lo colpiscono con un’inclinazione maggiore rispetto all’orizzonte. Ne deriva un minore irraggiamento, atmosfera e superficie di conseguenza ricevono meno calore e le temperature si abbassano.

Nella stagione estiva invece i raggi colpiscono la terra in modo quasi perpendicolare regalando maggior calore alla superficie e all’atmosfera.

L’alternarsi delle stagioni è tanto più evidente quanto più ci si sposta verso i poli, areali in cui la diversità di temperatura tra periodi di massimo e minimo irraggiamento è più intensa.

L’avvicendarsi delle stagioni non potrebbe esistere se l’asse di rotazione fosse perfettamente perpendicolare al piano orbitale, poiché l’esposizione al calore e alla luce rimarrebbe costante durante l’anno in ciascun angolo del pianeta.

In simili condizioni, il clima sarebbe determinato solo dalla latitudine e non dal momento dell’anno, la durata di giorno e notte sarebbe uguale in qualsiasi punto, ad esclusione dei poli, non esisterebbero i solstizi ma solo un perenne equinozio ed eventuali variazioni climatiche avrebbero origine esclusivamente da spostamenti di masse d’aria dalle regioni di diversa temperatura.

Grazie all’inclinazione terrestre, l’emisfero boreale riceve il massimo irraggiamento il giorno del solstizio d’estate mentre l’emisfero australe lo stesso giorno ne riceve il minimo.

La scienza differenzia le stagioni astronomiche da quelle meteorologiche, di eguale durata ma non del tutto coincidenti.

Quelle astronomiche sono scandite da solstizi ed equinozi. Le quattro zone dell’ellisse dell’orbita terrestre comprese tra equinozi e solstizi hanno un’estensione molto simile sebbene non perfettamente uguale, fattore che implica una differente durata delle stagioni astronomiche.

A seconda dell’anno, la primavera boreale inizia il 20 o il 21 marzo (equinozio di primavera), l’estate boreale il 20 o il 21 giugno (solstizio d’estate), l’autunno boreale il 22 o il 23 settembre (equinozio d’autunno) e l’inverno boreale il 21 o il 22 dicembre (solstizio d’inverno).

I confini delle stagioni meteorologiche invece sono determinati dalle variazioni climatiche legate all’avvicendarsi stagionale ed influenzati dalla circolazione atmosferica.

Per convenzione alle medie latitudini precedono di 21-23 giorni l’inizio delle stagioni astronomiche.