Danza e preistoria 1

Liberamente tratto da “La danza nella preistoria” di Gaudenzio Ragazzi

Al contrario di quanto succede nel mondo moderno, in cui la danza è arte professionale o passatempo mondano, nella preistoria la danza aveva valenze profonde.

Secondo Sachs la danza preistorica era aveva una valenza profondamente spirituale: poteva consentire stati estatici di comunione con gli dei per i danzatori, era percepita come modo per trasmettere l’energia vitale tra i danzatori e il cerchio degli osservatori, in ciò divenendo anche strumento potentissimo di coesione sociale.

Inoltre celebrava la vita quotidiana dell’uomo arcaico: la nascita, il matrimonio, la morte, l’iniziazione degli adolescenti, la semina e il raccolto, la caccia, la guerra, la guarigione, il sole, la luna, gli astri.

In effetti il primo strumento di cui l’uomo preistorico ha potuto disporre è stato il proprio corpo.

Molti documenti iconografici ed etnografici mostrano senza equivoci che il corpo è il primo centro di produzione dei simboli.

Nel cosmo il movimento e l’energia vitale manifestano l’entità, il principio che muove tutto. Imitare gestualmente e vocalmente le forme e i movimenti delle cose viventi, è stato per l’uomo primitivo il comportamento magicamente più idoneo a captarne la forza.

Se il movimento è la caratteristica fondamentale delle cose viventi, infatti, ponendo in atto particolari movimenti l’uomo arcaico era in grado di spingere alcuni eventi verso il loro verificarsi.

In base al proprio ambiente naturale ciascun popolo ha selezionato e continuato a ripetere quei gesti ritenuti sacri, carichi di magia in quanto funzionali al soddisfacimento dei bisogni della propria comunità.

Il passaggio dal gesto ritenuto magicamente efficace alla danza per certi aspetti è minimo, poiché in ogni danza arcaica l’esperienza dell’evento naturale viene rielaborata culturalmente ed esplicitata su un piano ritmico.

Le danze che imitano alcuni aspetti della natura sono tipiche dei popoli cacciatori e raccoglitori e vengono eseguite nella convinzione che l’imitazione dei “gesti cosmici” fosse un modo di compartecipare dell’energia presente in natura.

Al contrario, nelle danze astratte, maggiormente diffuse presso i popoli di agricoltori, la pura corporeità e materialità vengono superate, poiché il danzatore persegue un livello più elevato di spiritualità.

La danza astratta non si basa solo sull’esperienza della vita naturale; “non è l’osservazione, ma la meditazione profonda che ne traccia i motivi; non è la realtà, ma il sogno, l’estasi, a darle forma” (Sachs). Essa è al servizio dell’idea ed ogni gesto e movimento in essa compiuto non descrive direttamente il tema evocato ma lo sostituisce con un simbolo.

La danza astratta “assume il carattere del cerchio mistico nel quale la forza di coloro che stanno in circolo passa alla persona o cosa che è circondata, e viceversa” (Sachs). Ogni danza circolare ha il potere di assimilare, ricevere o trasmettere energia. Essa delimita lo spazio sacro all’interno del quale una potenza si manifesta. Danze in cerchio intorno ad un asse centrale costituiscono uno dei moduli coreutici più diffusi dalla preistoria ai nostri giorni. Nel folclore europeo, ma anche presso molti popoli arcaici, esse evocano il movimento degli assi: quello regolare del sole, che muove in senso orario; quello del cielo stellato, che si sviluppa in senso antiorario intorno al polo celeste; infine quello irregolare della luna, alla quale per similarità vengono associati particolari circostanze sia del ciclo naturale che di quello umano.

Danze che ricorrono allo schema circolare sono documentate nell’iconografia delle culture agricole dell’Europa preistorica. Tra la fine del Neolitico e la prima Età dei Metalli, in quello che è denominato periodo megalitico, vennero realizzati grandi spazi cerimoniali, circoli di pietra, nei quali venivano compiute osservazioni astronomiche per fissare il calendario delle feste religiose e delle attività agricole. Anche se non se ne conserva l’evidenza archeologica, è probabile che in questi spazi circolari avvenissero azioni rituali, canti e danze.

Solo i toponimi di alcuni siti megalitici inglesi sembrano rafforzare la possibilità di questa usanza (es. le Merry Maidens o Danse Maen in Cornovaglia, nella foto). Anche nello Jutland (Danimarca) alcune collinette artificiali poste a copertura di tombe nell’Età del Bronzo nordica (tra 1500 e 600 a.C.), che ancora oggi rivelano sulla loro sommità ampi spiazzi, sono chiamate ancora “tanzhugel”, colline della danza (Brondsted).

I documenti più antichi in nostro possesso ci lasciano intendere che in origine la danza collettiva fosse condotta dalla madre degli uomini e degli dei: la “Grande Madre”, o “Grande Dea”, come la chiama Marija Gimbutas, la “Dispensatrice di vita” che si manifesta fisicamente nel ciclo naturale sotto multiformi aspetti che l’immaginario preistorico ha ricondotto allo specifico femminile. È lei che tiene il ritmo della danza, che insegna i passi “giusti” da menare nel cosmo. È lei a cui si riconduce buona parte del simbolismo preistorico, anche dopo la scoperta dei metalli e l’avvento delle società patriarcali. Il primo girotondo vede al centro una donna che incarna la Dea per il mistero della vita che si perpetua in lei secondo cicli che si inscrivono in quello cosmico, in modo particolare lunare.

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