Il fiume del silenzio: I nativi in Canada oggi

Intervista a Petie Chalifoux, danzatrice dei cerchi della Nazione Cree, proveniente dalla Riserva Driftpile (North Central Alberta – Canada), che recentemente è stata nostra ospite.

intervista-petie-nazione-cree-club-magica-milano[D:] Petie, durante il tempo che abbiamo trascorso insieme, si è parlato più volte della vita nelle Riserve. Noi europei abbiamo un sacco di idee romantiche e stupide al riguardo… com’è davvero vivere in una riserva, cosa significa nel Canada contemporaneo?

[R:] Il mondo occidentale è incentrato sul denaro.
La vita nella riserva è invece prima di tutto connessione con la terra che ti circonda. È dura però, perché… beh, nel mondo attuale c’è bisogno di soldi.
Sono cresciuta in una riserva vicino a un lago. Nella mia infanzia, tutto ciò di cui c’è bisogno, tutto ciò che serve, veniva dalla terra, dalla foresta, o dall’orto. Dalle erbe medicinali, al cibo, ogni cosa viene cercata e trovata lì, o cacciata.
Quando ero bambina il mio supermercato erano i cespugli.
È un modo di vivere semplice, facile e pulito.
[Attualmente Petie vive a Vancouver nda] Adesso vado al supermarket, e il cibo non è pulito, è pieno di ormoni e sostanze chimiche innaturali.
Il modo di vivere delle Riserve è a misura di famiglia, di comunità, tutto viene fatto insieme. In città ci siamo solo io e mio marito.
Sì, è un modo di vivere puro e pulito.
In città un problema delle popolazioni indigene sono le famiglie spezzate, incomplete, e nella solitudine possono subentrare alcool e droga,.
Eppure [nel mondo di oggi] bisogna lottare per il lavoro. Trovarlo è più difficile se non si abbandonano le Riserve, trovare un lavoro che ti dia la possibilità di rimanere vicino a casa, o fare ciò che ami. Vancouver è lontana 17 ore di macchina dalla riserva nella quale sono cresciuta, viverci mi da la possibilità di fare ciò che amo. Ma mi manca la vita di prima.

[D:] E che relazione hanno i Nativi con le istituzioni governative?

[R:] I precedenti Primi Ministri canadesi non hanno mai riconosciuto i nativi.
In Canada esistono dei trattati, stretti con la RCMP [Royal Canadian Mountain Police] e la Regina. Il punto era “se vuoi cibo, devi firmare i trattati”. Risalgono agli anni settanta e riguardano tutto il territorio canadese, con la sola eccezione della British Columbia.
Quattro di questi trattati riguardano il territorio dell’Alberta. In uno di questi sono state fatte 10 promesse, dalla regina e dalla RCMP.
Ci sono stati concessi: il diritto all’educazione, alla salute, alla terra, ma anche cavalli, armi da fuoco e una sovvenzione in denaro. Ogni anno ognuno dovrebbe ricevere queste cose.
Ciò che a ciascuno viene dato in realtà sono un sacco di fil di ferro e una scatola di proiettili per cacciare.
Il diritto all’istruzione ci è stato negato. Si pensa che i Nativi non paghino le tasse, ma ci sono studi che dimostrano che ne pagano anche di più.
Ci riferiamo a questi trattati come alle “Promesse infrante”.
E in base ai trattati dovevano essere diritti garantiti per sempre, finché il sole risplenda e l’erba continui a crescere. Il sole continua a splendere e l’erba a crescere, no?
Un’altra delle promesse era una sovvenzione in denaro. All’epoca in cui sono stati firmati la cifra stabilita era di 5 dollari, allora si parlava di una cifra notevole, adesso dovrebbero essere migliaia di dollari, ma sono rimasti 5.

[D:] Come un pacchetto di sigarette?

[R:] Meno, come una bibita, una busta di patatine. Insomma sono promesse che ancora devono essere onorate, perciò… [ride] no, non abbiamo un ottimo rapporto con le istituzioni governative.
Per non parlare di tutti bambini costretti a frequentare le residential school.
Non abbiamo un supporto governativo. Come possiamo fidarci?

[D:] Hai scelto di dedicare la vita alla salvaguardia della cultura tradizionale. Ovviamente non è una scelta per tutti. Come l’hai maturata? Qual’è la motivazione che ti ha spinto?

[R:] Quando era più piccola ero il classico tipo quieto e silenzioso. Credo di aver osservato per 25 anni. Guardavo come la gente si muove, come comunica e cosa fa di ciò che dice.
E a un certo punto mi sono resa conto che non potevo più continuare a fare la persona quieta. Adesso ciò che faccio, dalla danza dei cerchi allo studiare cinema, significa avere voce.
Penso riguardi ciò che è successo a mia nonna, dispersa quando avevo diciassette anni e ritrovata morta dopo tre settimane. Questo evento mi ha riempito di rabbia e frustrazione e delusione. Ma sì, soprattutto di rabbia, e in parte l’ho capito solo dopo aver cominciato a lavorare alla sceneggiatura di River of Silence*.
Il nuovo governo finalmente ha visto questo problema, ma appunto per il momento lo sta solo osservando. Io, noi, stiamo aspettando i fatti.

[D:] Una parte significante del tuo lavoro è far conoscere le tradizioni native, che porti in giro per il mondo. Com’è? E che accoglienza ricevi di solito? C’è qualcosa che ti disturba nel modo in cui viene ricevuto ciò che proponi?

[R:] Per quanto mi riguarda, ha tutto a che fare con l’imparare. E la gente impara da queste occasioni. E anch’io. Apprezzo molto queste occasioni di condivisione, assomigliano al modo di vivere delle nostre tradizioni.
Anch’io appunto scopro tante cose. Ad esempio ho scoperto che in Italia i modi sono aperti e accoglienti, c’è molto calore nei rapporti tra le persone…

[D:] Che immagine hai del mondo occidentale moderno? Come lo descriveresti?

[R:] Vedo la cultura occidentale come una struttura triangolare. Gli individui sono incentrati su se stessi e sul rispettare una sola persona, un’unica individualità che sta al vertice. Che si tratti della politica, del lavoro, della religione: un unico dio, un capo, il leader.
E al di sotto di questo vertice è tutta una guerra per arrivare in questa posizione di predominio.
Non è proprio il nostro modo, la nostra cultura è basata sulla collettività.
Per quanto mi riguarda preferisco l’equilibrio… tutte le persone sono uguali, al di là del colore della pelle. Gli uomini condividono tutti lo stesso sangue e dovrebbero essere fratelli.

[D:] In un certo senso, chi come te decide di mantenersi ancorato alle sue radici, nel 2016 si ritrova inevitabilmente a vivere sospeso tra due mondi…

[R:] Anche in questo caso bisogna trovare un equilibrio per vivere bene e stare bene.
Io sono abbastanza soddisfatta della mia vita, ho raggiunto un certo equilibrio. Ciò che manca al mio rapporto con la tradizione è l’aspetto che riguarda le cerimonie perché vivendo in una città non abbiamo occasione di coltivare questa sfera della spiritualità. Quindi sono leggermente “sbilanciata”, poiché ho scelto di fare ciò che amo.
Trovo che l’equilibrio sia molto importante, tra la sfera emozionale, quella fisica, mentale e spirituale. Molti indigeni mancano di equilibrio. Specialmente emozionale, anche grazie alle scuole residenziali. Immagina un bambino di cinque o sei anni che trascorre infanzia e adolescenza lontano da casa e dalla famiglia. Nel momento in cui fa ritorno si ritrova senza radici, non sa come essere un uomo, un padre, un marito.
Il mio vorrebbe essere un cammino per trovare il mio equilibrio, connettermi con le mie emozioni. Posso esprimere le mie rivendicazioni. Molti di noi stanno percorrendo un cammino per rivendicare i propri bisogni e diritti.

[D:] Petie, la tua biografia è interessante e anomala. Per lo più, la danza dei cerchi che tu pratichi è una danza maschile…

[R:] Essere diversa credo sia proprio la mia storia [ride], raccogliere gli opposti. Forse perché nella mia famiglia ho avuto un forte supporto maschile da parte di mio padre e mio nonno, che mi hanno sostenuta. Mi hanno insegnato molto, mi hanno insegnato a cacciare tra le altre cose, e hanno appoggiato la mia scelta.
La prima volta che ho visto la danza dei cerchi avevo cinque anni. Ho dovuto aspettare i dodici per poterla imparare, col permesso degli anziani.
I limiti rigidi, i confini prestabiliti su ruoli, competenze e generi appartengono alla società occidentale, non a noi.petie-chalifoux-club-magica-centro-studi-danza
Per come la vedo io ho reclamato e reclamo solo il diritto di praticare le nostre danze, di dedicarmi alle nostre tradizioni, che a lungo ci son state portate via.

*River of Silence è il film di prossima uscita che Petie ha realizzato insieme al marito. Ispirato alla biografia di Petie, autrice della sceneggiatura, il film è un atto di denuncia contro gli omicidi e le sparizioni perpetrati ai danni delle native canadesi.