Onna Bugeisha – Le guerriere del Giappone feudale – 1

“Ah, potessi fronteggiare un guerriero di valore, che Kiso potesse vedere che buona morte io possa morire!”

Tomoe Gozen era il prototipo della guerriera giapponese.
Aveva “lunghi capelli neri e una carnagione chiara, e il suo viso era molto bello; Inoltre era un cavaliere senza paura, che non temeva né il cavallo più feroce, né il terreno più impervio, e così abilmente ella usava la spada e l’arco, da riuscire a tener testa a 1.000 guerrieri, in grado di combattere dio o demone “.
Una donna così affascinante merita di essere meglio conosciuta. Tomoe figura, fin troppo fugacemente, nel “Heike Monogatari”, la cronaca del XIII secolo della Guerra Genpei, l’epico scontro tra i clan militari Taira e Minamoto svoltosi nel XII secolo.
Minamoto vinse, il che spostò l’epicentro del potere da Kyoto, l’antica capitale, al remoto accampamento orientale di Kamakura.
Tomoe Gozen era – cosa? l’amante? moglie? serva? le descrizioni esistenti variano – di un alleato dei Minamoto, la cui insubordinazione lo condusse alla morte nelle prime fasi della campagna. Si trattava di Minamoto Kiso Yoshinaka, che, circondato, fronteggiando una morte inevitabile, chiamò Tomoe e le disse: “In quanto donna, ora per te meglio sarebbe fuggire.”

“In quanto donna!” La conosceva poco, ovviamente.

In seguito tuttavia, il Giappone ha sempre sminuito le sue donne guerriere. Sembrano a volte quasi un imbarazzo, la loro stessa esistenza un colpo all’orgoglio maschile. Bushido, la “Via del Guerriero”, è “un insegnamento soprattutto per il sesso maschile”, ha scritto Inazo Nitobe nel suo libro “Bushido” (1900), il classico testo in lingua inglese sul tema.

Ma per tornare a Tomoe, offesa dall’incapacità di Kiso di comprendere il suo reale valore, “Trasse in disparte il suo cavallo, e attese,” continua l'”Heike Monogatari”.

“In quel momento Onda no Hachiro Moroshige di Musashi, un samurai forte e valoroso, sopraggiunse a cavallo con 30 seguaci, e Tomoe, subito si precipitò all’attacco, si gettò su Onda e, alle prese con lui, lo disarcionò, lo immobilizzò con calma contro il pomo della propria sella e gli tagliò la testa. Poi, sfilando l’armatura, si ritirò verso le province orientali “.

Quella di Nitobe è l’opinione generale, ma è vero? A questo proposito, abbiamo una vecchia storia di samurai, raccontata dal romanziere Ihara Saikaku (1642-1693) in “Racconti d’onore samurai”.
Un ragazzo e una ragazza samurai sentono parlare l’uno dell’altra e, senza essersi mai incontrati, si innamorano. Vincendo le obiezioni dei genitori, si sposano.
Quando il loro signore si ammala e muore, il giovane marito è tenuto a compiere seppuku (suicidio rituale) per dimostrare la propria fedeltà senza limiti.
“Be ‘, muori con coraggio”, dice la moglie. “Sono una donna, e perciò debole e incostante. Dopo che sarai andato, cercherò un altro marito.”
Amareggiato da questa inattesa prova della vanità del mondo, il marito è ancora più determinato a morire. Compie il glorioso seppuku – e sua moglie lo segue nella morte, lasciando scritto: “Al momento di separarci per sempre, ho parlato con freddezza, senza fede, al fine di irritare mio marito in modo che potesse morire lasciandomi senza rimpianti.”

La morale della storia? Gli uomini giapponesi non conoscevano le loro donne.

La verità è, o sembra essere, che le donne fossero colme dello spirito del Bushido quanto gli uomini, anche se ne hanno avuto poco riconoscimento. Tutte le donne giapponesi erano guerriere.

Ma cos’era un guerriero giapponese?

“L’idea più vitale ed essenziale per il samurai”, ha scritto il guerriero del XVII secolo Daidoji Yusan in “Introduzione al Bushido”, “è quella della morte.” Un guerriero viveva come fosse già morto, perché da un momento all’altro lui (o lei) poteva esserlo, di propria mano se non ucciso da un nemico. “Pensa che cosa fragile è la vita”, ha detto Yusan, ” soprattutto quella di un samurai. Stando così le cose, si arriva a considerare ogni giorno della tua vita come fosse l’ultimo.”

A ciò si aggiunga un solo altro concetto, la fedeltà incondizionata, e questo riassumerà quasi del tutto l’essenza del Bushido.

Offrire completamente se stessa al bene della casa e del clan, ha scritto Nitobe, era desiderabile e onorevole per una donna quanto l’offerta incondizionata di sé di un uomo al proprio signore e alla patria.

Sacrificio di sé… era questa la vera chiave della lealtà maschile così come della vita domestica della donna…

“Il bene del suo padrone e del paese”, ha detto Nitobe, ma in realtà fino ai tempi moderni il concetto di “paese” è stato astratto fino al punto di non-esistenza. La fedeltà era puramente personale. Per quanto riguarda l’annientamento, ve ne era ovunque, nonostante la sicurezza dell’arcipelago da vicini ostili. Assassini efferati e efferati suicidi marcano la storia del Giappone – o illuminano, se si condivide la strana necrofilia dell’etica bushi – dalle guerre Genpei fino ai primi anni della lunga pace del periodo Edo (1603-1867).

‘Le testimonianze archeologiche, per quanto scarne”, scrive lo storico Stephen Turnbull in “Samurai Women 1184-1877 “(2010), “sono stimolanti in questo senso, suggerendo un coinvolgimento femminile in battaglia più ampio di quanto si evinca dai soli resoconti scritti.”

Armatura e armi sono stati trovati nelle tombe di governatrici del IV secolo.

Possono supportare la storicità della leggendaria Jingū? Potrebbero oppure no; gli studiosi sono in disaccordo. La cronaca dell’VIII secolo “Nihongi Shoki” attribuisce a lei la conquista della Corea del III o IV secolo dC – anche se la datazione (in realtà l’evento stesso) è incerto. Incinta, ma imperterrita, “prese una pietra”, dice il “Nihongi Shoki, “che si inserì nei lombi, e pregò dicendo: ‘Che possa partorire in questa terra (Giappone) il giorno in cui tornerò al termine della nostra impresa.” E così, alla testa del suo esercito, compì la traversata, vegliata da due spiriti guardiani, uno “spirito gentile” e uno “spirito turbolento.” L’invasione ebbe successo, e l’imperatrice tornò a dare alla luce il futuro imperatore Ojin, in seguito divinizzato come Hachiman, il dio scintoista della guerra. Lo spirito buono e quello turbolento si separarono. Il periodo Nara (710-784) e il periodo Heian (794-1185) furono i più prolungatamente pacifici che la storia conobbe. Durante questi secoli in cui il Giappone ha acquisito, assimilato e “giapponesizzato” la cultura cinese, lo spirito benevolo regnò incontrastato. La guerra Genpei ha segnato la sua rinuncia al trono (o la sua deposizione). Ora era la volta dello spirito burrascoso. “Spirito caotico” può essere un nome migliore. Gli storici disperano di poter dare un senso al Medioevo Giapponese”, tra la fine del XII secolo e i primi anni del XVII. I signori feudali guidavano i loro samurai, incondizionatamente fedeli e impazienti di sacrificarsi, contro i signori dei feudi confinanti che guidavano a loro volta guidavano i loro samurai, incondizionatamente fedeli e impazienti di sacrificarsi. Il risultato nel culmine di quel periodo fu l’unificazione del Giappone sotto gli shogun Tokugawa all’inizio del periodo Edo – ma ci sono voluti secoli di assassini e suicidi apparentemente senza fine e senza scopo. Il culmine fu il Sengoku Jidai (“Età del paese in guerra “), tra la fine del XV secolo e la fine del XVI.

L’intero spettacolo si presenta da questa distanza come se non vi fosse alcun ideale di vita superiore al perseguimento della morte. Che questo ambiente abbia generato donne, il cui pari sarebbe difficile trovare altrove, può forse sorprendere? Ciò che la spada è stata per l’uomo – un’arma che incarna la sua stessa anima – la naginata è stata per la donna. Immaginate, dice Turnbull, “un incrocio tra una spada e una lancia con una lama curva anziché dritta.” “Quando una donna bushi (guerriera) si sposava”, scrive lo storico delle arti marziali Ellis Amdur (in “Women Warriors of Japan , “2002),” uno dei beni che portava con sé a casa del marito era una naginata. Come i daisho (spade lunghe e corte) che portava il marito, la naginata è stata considerata un emblema del suo ruolo nella società. Esercitarsi nell’uso della naginata era un mezzo di fusione con lo spirito di sacrificio, un modo di connettersi con gli ideali sacri della classe guerriera. “

“Le ragazze”, Nitobe aggiunge, “venivano addestrate a reprimere i loro sentimenti, a mantenere saldi i nervi, per maneggiare le armi, in particolare la naginata.” – non, dice lui, per il servizio sul campo di battaglia, ma piuttosto, “con la sua arma la donna preservava la propria santità personale con lo stesso zelo del marito nei confronti del padrone.” Questo può essere vero, ma Amdur, citando una cronaca del XVI secolo, ci mostra una moglie bushi che, “sconvolta dal suicidio di massa delle donne e dei bambini sopravvissuti all’assedio del castello del marito” – una scena abbastanza tipica di quegli anni – “prese le armi e guidò 83 soldati contro il nemico, vorticando la sua naginata come un mulino ad acqua”.

“Una cosa è certa: se la cavalleria è assente dalla tradizione giapponese, c’è una ragione – non avrebbe funzionato. Il leggendario antico re britannico Artù e i suoi Cavalieri della Tavola Rotonda si dice avessero pronunciato un giuramento, prototipo dell’ideale cavalleresco occidentale della cavalleria, “di combattere solo giuste cause, in ogni momento di essere misericordiosi, e in ogni momento di mettersi completamente a servizio delle dame.”

Un ideale del genere mancò nel vecchio Giappone, come molto di ciò che definiremmo giustizia o misericordia secondo i canoni attuali, figuriamoci il porsi al servizio delle dame.

Eppure, forse anche in Giappone c’è una deferenza istintiva da parte del maschio per la delicatezza femminile.

Turnbull, descrivendo un evento molto più tardivo del Sengoku Jidai, ma che lo ricorda nello spirito, dice dell’assedio da parte delle forze di Restaurazione dell’Impero Meiji del 1867 contro gli ultimi non riconciliati lealisti Tokugawa al Castello Aizu nell’odierna prefettura di Fukushima, “Ciò che seguì fu uno scontro sanguinoso che sarebbe stato più in linea con la storia di Tomoe Gozen anziché con l’anno 1868. Quando le truppe imperiali si resero conto di aver di fronte delle donne, si gridò di prenderle vive, ma, trattenendo il fuoco, permisero alle donne di avventarsi su di loro. Nakano Takeko” – della quale riparleremo a breve – “uccise cinque o sei uomini con la sua naginata, prima di essere colpita a morte.”

Nitobe menziona un’altra arma impugnata dalle donne Bushi – Di nuovo, specifica, non sul campo di battaglia perché difficilmente ne era ammessa la presenza.

“Quando raggiungevano l’età adulta – dice – le ragazze erano introdotte all’uso dei kaiken (pugnali), che potevano rivolgere al petto dell’aggressore, o, in caso di necessità, contro se stesse.”

Quando una fanciulla giapponese vedeva minacciata la propria castità, non attendeva il pugnale di suo padre. Portava sempre in seno la propria arma. Era un disonore non conoscere il metodo corretto di auto-infliggersi la morte. “Tomoe Gozen, secondo una delle numerose versioni della sua leggenda, divenne monaca e visse fino alla veneranda età di 91 anni dopo aver “lasciato per sempre le province orientali.” Se fosse vero, questo costituirebbe una notevole eccezione alla regola generale che voleva la vita, in stato di pace o di guerra, “sgradevole, brutale e breve”, come Thomas Hobbes la descrisse in Occidente – o fugace come fiori di ciliegio, come vuole la tradizione giapponese.

La differenza di enfasi è significativa: l’Occidente deplora la vita troncata; il Giappone la rende preziosa. Ai guerrieri giapponesi morti in giovane età, la letteratura dona l’immortalità, le loro imprese sono cantate dai secoli futuri. Di quante donne si può dire questo? Quanti dei loro nomi sono familiari? Hangaku Gozen? Sakasai Tomohime? Myorin-ni? O la già citata Nakano Takeko di Aizu? Queste donne hanno attraversato secoli bellicosi in Giappone, da Hangaku (XII secolo) a Nakano (XIX secolo). Le due donne in mezzo sono del Sengoku Jidai, ricordate per aver difeso fino alla morte i propri castelli assediati – due tra un gran numero, poiché la difesa delle fortezze era responsabilità delle donne quando il signore combatteva lontano come quasi sempre accadeva in quegli anni. L’apparente assenza della minima paura nelle condizioni più terribili, la totale assenza – o la soppressione? – del desiderio di sopravvivenza, istintivo, animale – e quindi forse subumano? – rendono queste donne brillanti esponenti della Via del Guerriero, e danno decisamente i brividi a coloro che tale Via non seguono. La morte di Sakasai Tomohime fu particolarmente notevole. Dopo che il marito fu trucidato, il nemico trionfante, abbatté con la sua naginata una campana per le segnalazioni di bronzo e, sotto il suo peso, precipitò nel fossato del castello annegando. L’anno era il 1536. Lei, di anni ne aveva diciannove. Hangaku e Nakano, a sette secoli di distanza, hanno molto in comune; si sarebbero capite. Erano unite dalla naginata che brandivano, dal compito condiviso di difendere il castello (anche se un castello del XII secolo non aveva molto di una roccaforte), dallo stato di ribellione in cui si trovavano per la loro lealtà a un clan, e dal fatto che entrambe ignoravano qualsiasi altro ideale astratto che la lealtà. Nel caso di Hangaku era un fatto naturale; quello di Nakano è ancora più incredibile. Quando il clan di Hangaku si ribellò allo shogunato Minamoto nel 1189, vi fu una guerra per il potere. “Mentre gli arcieri (mantenevano) il fuoco di copertura dalla torre sopra la porta”, scrive Turnbull, “Hangaku Gozen (guidò) l’azione, roteando la naginata.”

Come Tomoe, quasi sua contemporanea, lei è una dei rari sopravvissuti. Ferita e catturata, le venne impedito di compiere seppuku da un guerriero nemico che la volle in sposa. Un risvolto inatteso: la si diceva dotata di scarso fascino. Questo matrimonio testimonia l’attrattiva esercitata dal puro coraggio, la bellezza dell’ardimento senza macchia, in tempi come i suoi.

Sebbene molto tardi nella tradizione eroica del Giappone, “le donne di Aizu”, scrive Turnbull, “sono state le donne guerriere più autentiche di tutta della storia giapponese”. Perché siano più “autentiche” rispetto ad altri non è chiaro, ma di certo restano autentiche. Il clan Aizu, un ramo dei Tokugawa dei dintorni della città di Aizu-Wakamatsu, nell’attuale prefettura di Fukushima, preferì l’estinzione alla Restaurazione Imperiale, a discapito dello stesso shogunato Tokugawa. Il risultato fu la Guerra Boshin – forse la prima in Giappone in cui la posta in gioco fossero principi astratti invece della mera espansione territoriale. Il nuovo regime Meiji, che prese il potere nel 1868, era per la modernizzazione, l’industrializzazione e occidentalizzazione del Giappone, anche solo per battere i “barbari” occidentali al loro stesso gioco. I Tokugawa erano a favore dell’isolamento, della chiusura, della tradizione. Ma proprio questo fu il punto per i difensori di Aizu, e per Nakano Takeko, tra loro, quando caricò contro le pistole delle forze imperiali con la propria naginata. Lealtà e la possibilità di morire in bellezza erano la loro unica aspirazione. Lo si comprende dalla poesia di morte lasciata da un altro difensore femminile del castello assediato: “Ogni volta che muoio e rinasco nel mondo, vorrei tornare come un guerriero coraggioso». Colpita da una pallottola al petto, Nakano con il suo ultimo respiro ordinò alla sorella Yuko di tagliarle la testa perchè non diventasse un trofeo del nemico. Aveva 21 anni. La testa fu sepolta sotto un albero nel cortile di un tempio. ‘Anche se io non sono degna di essere annoverata tra i guerrieri possenti… grido con coraggio per infiammare i cuori dei veri giapponesi”.

Qui un altro articolo sulle donne guerriere giapponesi