L’Orso di Neve

Una favola di Ruth Ainsworth

Hans e Trudi abitavano in una casetta ai piedi di un’alta montagna chiamata Orso di Neve, perché, quando era coperta di neve, sembrava proprio che in cima ci fosse un enorme orso seduto, con le zampe anteriori appoggiate sui ginocchi. I due fratelli conoscevano quella montagna come le proprie tasche; fin da quando erano molto piccoli l’avevano scalata coi loro genitori.

Un giorno — avevano appena compiuto sette anni — chiesero di poterci andare da soli; dopo qualche incertezza il padre acconsentì. «A patto che non vi allontaniate dal sentiero e che, appena raggiunta la cima, torniate subito indietro: non dimenticate che il sole tramonta presto.»

Il giorno dopo Hans e Trudi indossarono abiti caldi, pesanti scarponi e si avviarono verso la montagna. Hans portava sulla schiena un tascapane con la colazione.

Avevano appena cominciato a salire che Trudi restò indietro.

«Ehi, sei già stanca?» chiese Hans. «No, ma c’è qualcosa nel mio scarpone sinistro che mi punge,» rispose Trudi. Si sedette su una pietra e si tolse lo scarpone per esaminarlo; dalla suola spuntava un grosso chiodo, e nonostante cercasse di batterlo con una pietra non ci riuscì perché era troppo vicino alla punta. I due ragazzi stavano pensando al da farsi quando udirono un curioso rumore: tap, tap, tap e poi ancora tap, tap!

Si guardarono sorpresi. Chi mai stava battendo qualcosa su quella montagna solitaria?

Si alzarono e fra i cespugli di mirtilli videro uno strano ometto che, seduto a gambe incrociate su una roccia, era tutto affaccendato a cercar di raddrizzare un chiodo storto. Su un sasso vicino c’erano martelli, tenaglie, chiodi e pezzi di cuoio, tutti piccolissimi. L’ometto indossava degli abiti tutti logori e stracciati e nell’insieme il suo aspetto non era molto piacevole. I due ragazzi ebbero la stessa idea: «Scusi signore,» lo interpellò timidamente Trudi, «non potrebbe aiutarmi? Mi è spuntato un chiodo nella scarpa…»

«Ho già abbastanza da fare» rispose seccato, «ma fammi vedere questo scarpone.»

Trudi si sedette vicino a lui, 1’ ometto prese un paio di pinze e in un battibaleno tirò fuori il chiodo, poi ne prese un altro diritto, con la capocchia a forma di trifoglio, e lo inchiodò per benino nello scarpone.

«Grazie tante davvero,» fece Trudi, «ora sì che sto comoda!»

«Così dovrebbe essere» rispose con una smorfia l’ometto, e ripeté: «Così dovrebbe essere.»

«Mi spiace, ma non ho denaro per pagare il suo lavoro,» continuò la bambina. «E cosa me ne farei io del denaro?» sbottò l’ometto.

Aveva un aspetto così patito e infelice che Hans gli domandò: «Gradirebbe qualcosa da mangiare?» Tirò fuori dal tascapane due fette di pane nero, un po’ di formaggio e due piccole mele gialle: non erano ricchi e non potevano permettersi niente di meglio. L’ometto afferrò il pane a due mani e lo divorò come se non avesse visto cibo da chissà quanti giorni, poi fu la volta del formaggio, dopodiché inghiottì le mele: picciolo, buccia e torsolo, tutto scomparve in un attimo.

«Un pasto semplice, ma meglio di niente» borbottò l’omino sputando un seme di mela, «e adesso lasciatemi in pace.»

I ragazzi stupefatti tornarono sul sentiero. «Che ometto avido, non pensavo che avrebbe divorato tutta la nostra colazione. Avevo sentito la mamma raccontare dei piccoli uomini delle montagne che ogni tanto appaiono ai viandanti, ma lei diceva che se uno è gentile con loro, loro gli portano fortuna.»

Camminarono in silenzio per un po’. Poi, quando il sentiero cominciava a farsi più ripido, udirono di nuovo il tap, tap, tap del piccolo martello dell’ometto.

Si fermarono di botto; ma dove poteva essere? Come aveva fatto a raggiungerli così in fretta? Fu allora che videro davanti a loro una specie di prato di un verde brillante. «Potrebbe essere un acquitrino» disse Hans e ci scaraventò dentro una grossa pietra che con un orribile gorgoglio venne risucchiata dal pantano.

«Un altro passo e saremmo stati inghiottiti come quel sasso,» bisbigliò Trudi «meno male che abbiamo creduto di udire il martellino dell’ometto e ci siamo fermati in tempo!»

Continuarono a camminare guardando davanti a sé con maggiore attenzione. Il vento era sempre più freddo, man mano che salivano sull’ultimo tratto ripido della montagna.

Erano quasi arrivati in cima quando di nuovo, tap, tap, tap, il martello risuonò con forza…

Hans si fermò per un momento e si accorse che lo spuntone di roccia su cui stava per salire oscillava. La tastò col piede senza appoggiarsi e la roccia precipitò a valle trascinando nella sua caduta altre rocce che rotolarono giù con un cupo rimbombo. I ragazzi si fermarono pallidi di paura: se solo Hans si fosse appoggiato alla roccia, sarebbe precipitato giù anche lui!

«Beh, adesso siamo così vicini che ormai non ci può capitare nient’altro.» Pochi minuti dopo, infatti, erano sani e salvi sulla cima.

Il vento soffiava e rumoreggiava come un branco di lupi e li gelò fino alle ossa. Girarono intorno all’Orso di Neve e si accoccolarono nell’incavo formato dai suoi ginocchi.

«Ora però non abbiamo nulla da mangiare,» disse Trudi.

«Strano, il mio tascapane pesa come se fosse pieno,» osservò Hans.

«Allora aprilo e guardaci dentro.»

Hans fece come la sorella gli aveva suggerito e quando lo aprì i due ragazzi rimasero a bocca aperta.

C’erano due pagnotte tagliate a fette e imburrate, due formaggini cremosi e due grosse mele rosse.

«Io non lo so come ci sono capitate qui dentro, ma sono di sicuro per noi, perciò mangiamo» concluse Hans.

«Hai ragione. L’ometto ci ha portato davvero fortuna» gli fece eco la sorella.Non avevano mai assaggiato un cibo così squisito. Mangiarono tutto con calma e non lasciarono nemmeno una briciola; e quando si disposero a scendere dalla montagna era più tardi di quanto avevano immaginato. Il sole spuntava appena dalle cime circostanti e molto presto si sarebbe nascosto del tutto.

«Forza Trudi, dobbiamo affrettarci» la esortò il fratello. Quasi subito divenne buio e i due fratelli cominciarono a inciampare nella loro discesa frettolosa.

Hans si fermò. «Non riesco più a distinguere il sentiero, e ora che facciamo?» Trudi si guardò intorno; rocce e nient’altro che rocce, ma poi: «Guarda Hans! Cosa sono quelle luci? Non le vedi tremolare?»

«Sì, le vedo, sembra che indichino un sentiero; proviamo a seguirla, magari ci portano a casa. Vieni!»

Le lucine furono una buona guida e i ragazzi, preso coraggio, le seguirono senza difficoltà.

«Guarda, le lucine scintillano a ogni nostro passo,» disse Trudi «come se le avessimo lasciate lì quando siamo saliti. Ma come può essere?»

«Il chiodo che l’ometto ti ha messo nello scarpone deve essere fatato,» rifletté Hans «dove prima ha toccato il suolo ora c’è una luce che ci guida.»

I ragazzi si affrettarono. Quando arrivarono al punto dove avevano trovato l’ometto fra i mirtilli, le lucine si spensero. Ma ormai erano vicini a casa e il sentiero era largo e sicuro. Fecero quell’ultimo tratto di corsa. «Siamo in ritardo,» ansimò Hans «ma quando babbo e mamma sentiranno la nostra storia, capiranno e non si arrabbieranno con noi.» Hans aveva ragione. Quando la mamma seppe quanto fosse povero e malconcio l’ometto, gli fece una mantellina impermeabile e i ragazzi la lasciarono fra i cespugli di mirtilli dove lo avevano incontrato.

Il giorno dopo cadeva una pioggerella fitta fitta e quando i due fratellini tornarono sul posto e la mantellina non c’era più, Hans e Trudi furono felici di immaginare l’ometto della montagna al riparo e al calduccio sotto la sua mantellina nuova.